L’aspetto estetico è considerato un criterio fondamentale in quanto parte del meccanismo di assunzione delle donne.
Da diversi anni si parla di beauty standard e di quanto sia importante abbatterli perché creano falsi miti sulla bellezza. Ma ci stiamo davvero riuscendo? La risposta è no. Il traguardo è ancora troppo lontano, però questo deve essere un incentivo a continuare.
Da qui si muove questa riflessione che verte sulla connessione tra bellezza e lavoro femminili. Il collegamento tra i due mondi sta nell’esagerata importanza che la società ha riconosciuto alla bellezza, divenuta un diffuso metro valutativo.
L’aspetto fisico è la prima cosa che il mondo vede e che innesca la microscopica analisi che gli altri fanno di noi dalla testa ai piedi. Poiché siamo la società delle apparenze, molto del giudizio si basa proprio su come ci presentiamo al di fuori, su come ci vestiamo, su come ci acconciamo i capelli, su come ci trucchiamo, su quali accessori indossiamo.
Una tale visione nasce anche dalla credenza che la bellezza sia oggettiva, un insieme di parametri omologati che per legge universale sanciscono lo statuto estetico. È bello un corpo simmetrico, la piega perfetta dei capelli, la pelle priva di imperfezioni (un termine, a mio parere, da abolire), è bello il make-up curato e l’outfit all’ultima moda.
E tutto il resto? La personalità, le conoscenze, le capacità, l’esperienza sono parti di noi che o non vengono prese in considerazione oppure vengono considerate solo in via parziale. Tutto ciò produce una serie di fasulle narrazioni che vengono portate avanti nonostante siano state più volte screditate. Tutte le donne conoscono il “sei bella” come complimento più ricevuto, come a dire che oltre a un bel viso non possiamo essere altro.
Per quanto la body positivity sia d’aiuto, in linea generale ci sono standard dati per scontati e che indirettamente la società si sente in obbligo di supportare. Osteggiare questa concezione porta all’esclusione, anche e soprattutto nel mondo del lavoro.
La bellezza grava sulle donne in maniera terribile, è come avere un cappio al collo pronto a stringersi. È risaputo che l’uomo è bravo e intelligente mentre la donna è frivola e carina. Così i canoni estetici influenzano il lavoro, perpetrando una dicotomia di ruoli che vede negli uomini figure autorevoli con capacità che le donne – creature bellissime ma incapaci – non possiedono.
Dalla donna-angelo stilnovista alla bella segretaria senza cervello, questi tropi hanno contribuito a creare un’idea del bello che danneggia le donne.
Molte amiche mi hanno raccontato che durante i colloqui di lavoro è stata imposta loro una presenza caratterizzata da un determinato tipo di trucco, da un certo colore di smalto, e addirittura da una particolare acconciatura. Queste imposizioni sono legate al guadagno: se la ragazza assunta è bella di certo attira la clientela aumentando gli incassi, un dato tanto reale quanto sconcertante.
Scorrendo gli annunci di lavoro molti richiedono l’invio di una fotografia, alle volte pure una a figura intera. Purtroppo queste richieste non ci stupiscono, il che è davvero triste poiché dall’indignazione delle masse nascono le rivoluzioni.
Io stessa durante la consegna del curriculum mi sono sentita dire che la mia foto era necessaria perché in base a questa l’azienda avrebbe valutato la mia candidatura, un episodio che mi ha amareggiata per giorni.
Ma dobbiamo prestare attenzione anche al rovescio della medaglia. Il fatto che una lavoratrice sia di bell’aspetto può rivelarsi un guaio perché magari proprio per questo non è ritenuta idonea per una promozione. Non tenere conto degli studi e delle esperienze delle lavoratrici comporta anche un danno economico perché così facendo le aziende perdono la possibilità di migliorarsi.
Inoltre, basare la scelta delle candidate sulla bellezza è causa di forti discriminazioni giustificate da un obsoleto modo di concepire l’aspetto esteriore. Temo che questa idea ingannevole possa tramandarsi all’infinito e fra un secolo essere ancora un perno socio-culturale.
Anna Magnani ha detto: «Io non mi curo mai di quello che sembro, di come gli altri mi vedono. Sono così, come la mia vita, le mie speranze, le mie delusioni, le mie gioie e le mie infelicità mi hanno fatta.»
Altea Fiore
Foto in alto: Illustrazione realizzata con Canva
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