La pillola di oggi è tratta da Mia madre, romanzo autobiografico in cui Lessing si misura con il tema del rapporto madre e figlia.
Nuovo appuntamento con Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call “Abbagli”, invia il tuo racconto inedito entro il 30 aprile 2025.
Doris Lessing, premio Nobel per la Letteratura nel 2007, in questo piccolo libro, edito in Italia da Bollati Boringhieri nel 1988, analizza, con grande capacità psicanalitica, il legame con la figura materna e le sue ribellione agli schemi familiari.
«Ancora una volta, mia madre si trovava davanti a prove molto più dure di quanto avesse immaginato.
Le persone che io frequentavo avevano una serie di convenzioni in comune, che non venivano mai messe in dubbio. Di queste, solo alcune erano di carattere politico. Quello che oggi mi sembra straordinario è quanto ci fosse di comune tra noi, che pure venivamo da tanti paesi diversi e da diversi ambienti sociali. Sulla famiglia, che allora non si chiamava ancora «nucleare», concordavamo tutti. Liberarci dai genitori era stato il nostro obiettivo più importante e la maggior parte di noi avevano cominciato a guadagnarsi da vivere fuori casa molto presto. Ci sarebbe parso inconcepibile vivere con i nostri genitori. Ai genitori si doveva resistere, sempre e comunque, non solo perché erano reazionari (e questo era ovvio) , ma perché volevano vivere la nostra vita al posto nostro. Ai padri tirannici del secolo scorso, che erano stati sconfitti, erano subentrate le madri, una tirannia dei sentimenti. Tutte le giovani donne che frequentavo avevano avuto problemi con la madre. Dovevamo combatterle, queste sanguisughe che ci succhiavano la vita.
Ce ne eravamo liberate tutte, tranne una di noi, una povera vittima, sempre malata, le cui energie erano assorbite non dal marito, ma da una madre tremenda che non la lasciava sola un minuto. Ma tutti noi – e per tutti intendo i nostri uomini, oltre che noi donne – sapevamo qual era il problema e come lo si doveva risolvere. Queste madri inesorabili e patetiche, da giovani, erano state tutte, per un verso o per l’altro, eccezionali, avevano sostenuto le suffragette, si erano battute per la propria carriera. Ma erano state sconfitte. Ebbene, era semplice! «Viva la Rivoluzione» (espressione che, chissà perché, veniva usata con sempre crescente ironia): ci sarebbero stati i nidi per i bambini, gli asili, una legislazione adeguata e questo fenomeno delle donne che arrivate alla mezza età rimanevano in secca, senz’altro da fare che vivere attraverso i figli, sarebbe cessato.
Nel frattempo noi, le giovani donne, avevamo paura. Che cosa ci avrebbe impedito di diventare come le nostre madri? Era chiaro che la forza di volontà non bastava.
Quello che ora mi disturba è dover riconoscere che i miei pensieri non hanno fatto un gran passo avanti da allora. C’era questa povera donna, che meritava amore, conforto, tenerezza perché non aveva colpe, le sventure l’avevano colpita, una dopo l’altra, a cominciare dalla morte di sua madre, quando aveva tre anni. D’altro canto io sapevo che se non avessi combattuto contro di lei con tutte le mie forze, mi avrebbe divorata.»
Serena Betti
Foto in alto: Elaborazione grafica di Erna Corsi
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